Due questionari, la stessa domanda. Uno propone cinque livelli di risposta, l’altro la pone come domanda aperta con un campo di testo vuoto sotto. Quello che finisce nei dati è molto più diverso di quanto quasi tutti si aspettino.
Le domande aperte sono domande di un questionario o di un’intervista che non offrono alcuna categoria di risposta: la persona intervistata formula la risposta con parole proprie e la scrive in un campo libero oppure la dice a chi conduce l’intervista, senza che un elenco la orienti in una direzione. Ti mostriamo quando quello sforzo conviene e come ottenere comunque dati analizzabili.
📌 L’essenziale in breve
- Una domanda aperta non offre alcuna categoria di risposta.
- Domande aperte e chiuse producono contenuti diversi.
- In uno studio Pew il 43 per cento ha risposto fuori elenco.
- Un campo di testo più grande allunga le risposte.
- L’analisi richiede uno schema di categorie, non solo lettura.
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Inizia gratisChe cosa sono le domande aperte?
Una domanda aperta è una domanda di indagine a cui non è associata alcuna opzione di risposta. La persona intervistata risponde con parole proprie, a voce davanti a chi intervista oppure per iscritto in un campo di testo libero.
Secondo le GESIS Survey Guidelines di Cornelia Züll (2015) è proprio questa assenza di opzioni a definire la forma: non c’è alcun orientamento tramite categorie prestabilite. Quanto sarà dettagliata la risposta dipende poi da come è formulata la domanda e da come è progettato il campo di risposta.
Una domanda aperta non raccoglie soltanto testo. Anche «Quante ore alla settimana lavori oltre allo studio?» è una domanda aperta, perché non propone fasce. Nell’uso corrente il termine indica però soprattutto la variante testuale, quella che dà lavoro.
| Forma di domanda | Che cosa è dato | Esempio |
|---|---|---|
| Domanda aperta | niente, solo un campo libero | Che cosa ti è mancato durante l’incontro? |
| Domanda chiusa | tutte le categorie | L’incontro è stato troppo lungo? Sì o no |
| Domanda semiaperta | categorie più un campo libero | Altro, specifica: ______ |
La domanda semiaperta è il compromesso più frequente nella pratica, perché mantiene la rapidità dell’analisi e lascia comunque passare risposte impreviste. Le tre forme e i loro sottotipi sono nella nostra panoramica dei tipi di domande di un questionario. Se quello che ti serve è scegliere tra le due forme principali, il confronto diretto tra domande aperte e chiuse è un punto di partenza migliore.

Domande aperte: esempi per questionario e intervista
I buoni esempi di domande aperte iniziano quasi sempre con una parola interrogativa e lasciano comunque capire dove vogliono arrivare. «Che cosa», «come» e «quale» producono risposte utilizzabili, mentre «perché» richiede una giustificazione che non tutti hanno pronta.
Gli esempi qui sotto vengono da tre situazioni tipiche. Leggendoli, nota che ogni domanda tocca un solo tema e lascia intuire la lunghezza attesa.
Nel questionario di una tesi di laurea
- Che cosa ti ha portato a scegliere questo corso di laurea?
- Quale supporto avresti voluto durante il primo anno?
- Che cosa associ al termine sostenibilità?
In un sondaggio di gradimento dopo un evento
- Che cosa ti è piaciuto di più del laboratorio?
- Che cosa dovremmo fare diversamente la prossima volta?
- Quale tema ti è mancato?
In un’intervista qualitativa
- Raccontami come si svolge una giornata di lavoro tipica.
- Come sei arrivato a quella decisione, allora?
Gli strumenti per i sondaggi chiamano questa forma in modi diversi. A volte compare nel menu come Risposta breve e Paragrafo, a volte come testo libero, campo commenti o inserimento di testo. Per l’ordine delle domande, vedi la nostra guida per creare un questionario.
Quando una domanda aperta ha senso
Una domanda aperta conviene ogni volta che non conosci ancora le risposte possibili o che scegli deliberatamente di non imporle. Le GESIS Survey Guidelines elencano cinque situazioni in cui batte la domanda chiusa.
La scelta dovrebbe nascere dalla domanda di ricerca, non da una preferenza personale e nemmeno dal lavoro di analisi che verrà dopo. Züll (2015) mette in guardia proprio su questo, e l’avvertimento è giusto: nella pratica la domanda aperta salta quasi sempre perché nessuno ha voglia di codificare.
- Misurare una conoscenza. Chi può tirare a indovinare lo fa. Senza opzioni calano i colpi fortunati e salgono i «non so».
- Delimitare un tema. Quando non si sa quali risposte esistano, è così che si scoprono.
- Troppe risposte possibili. La professione è l’esempio classico: centinaia di denominazioni non stanno in un elenco.
- Non orientare. Un elenco di opzioni riflette le idee di chi conduce la ricerca, non di chi risponde.
- Approfondire nel pretest. Perché è stato scelto quel punto della scala? Lo dice solo una domanda aperta di rilancio.
Il legame tra formulazione e qualità dei dati è documentato anche in Italia. Nel working paper 16/2019 dell’Istat, Balì e colleghi descrivono una procedura a fasi per il disegno dei questionari, con test cognitivi che si sono rivelati particolarmente utili per perfezionare le domande prima della rilevazione.
Si aggiunge un motivo che con l’informazione non c’entra: la motivazione. Un campo libero in mezzo a tante caselle dà a chi risponde la sensazione di essere ascoltato. Per questo tanti questionari finiscono con un’ultima domanda aperta. E sono particolarmente utili nella fase preliminare di uno studio esplorativo, quando nessuno sa ancora quali categorie emergeranno.
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Inizia gratisVantaggi e svantaggi delle domande aperte
Il vantaggio maggiore delle domande aperte è l’ampiezza dei contenuti che raccolgono, lo svantaggio maggiore è il costo dell’analisi. Le due cose vanno insieme: quello che guadagni in varietà devi poi riordinarlo in categorie.
Quanto sia grande davvero questa differenza lo mostra un esperimento del Pew Research Center dopo le elezioni statunitensi del 2008. La stessa domanda sul motivo di voto più importante è stata posta una volta aperta e una volta con cinque opzioni date. Nella versione chiusa il 58 per cento ha indicato l’economia, in quella aperta solo il 35 per cento. E il 43 per cento di chi ha ricevuto la versione aperta ha citato qualcosa che nell’elenco non compariva affatto.
Che cosa danno le domande aperte
- Raccolgono risposte a cui prima non aveva pensato nessuno.
- Evitano la distorsione delle categorie prestabilite.
- Lasciano usare a chi risponde le proprie parole.
- Si prestano alle domande di conoscenza, perché indovinare è più difficile.
Che cosa accetti in cambio
- L’analisi richiede uno schema di categorie dedicato.
- Le risposte variano in lunghezza e a volte restano confuse.
- Più persone saltano del tutto la domanda.
- Il tempo di compilazione sale, e con esso gli abbandoni.
Un’obiezione molto diffusa però non regge. Si legge spesso che le domande aperte favoriscono chi si esprime bene. Gli studi dicono il contrario: in linea di principio quasi tutte le persone intervistate sono in grado di rispondere a una domanda aperta (Geer 1988). Più della scioltezza conta l’interesse per il tema. Per l’altro piatto della bilancia, vedi il nostro articolo sulle domande chiuse, rapide da analizzare e più povere di contenuto.
Come formulare bene una domanda aperta
Una domanda aperta va formulata con più precisione di una chiusa, non con meno. Sembra contraddittorio ma discende direttamente dalla situazione: senza opzioni di risposta, chi risponde non ha alcun indizio su dove punti la domanda.
Schuman e Presser hanno posto gli stessi temi in entrambe le forme e nel 1981 ne hanno ricavato la raccomandazione che le domande aperte devono essere messe a fuoco più chiaramente di quelle chiuse. Le GESIS Survey Guidelines riprendono questo risultato. Ne discendono quattro regole pratiche.
Un solo tema per domanda aperta, altrimenti la risposta resta a metà
Una domanda che chiede insieme gli aspetti positivi e quelli negativi riceve quasi sempre metà risposta. Züll (2015) consiglia quindi di dividerla: una domanda su quello che ha funzionato, una seconda su quello che è mancato. Il questionario si allunga, i dati diventano completi.
Indica nella domanda quanto deve essere lunga la risposta
Una parola chiave, una frase o un breve paragrafo? Chi risponde non può indovinarlo, e le risposte variano di conseguenza. Un’aggiunta breve come «in una o due frasi» non costa nulla e rende molto più semplice la codifica successiva.
La dimensione del campo di testo governa la lunghezza della risposta
Questo è il trucco che quasi nessuno usa: nelle indagini autocompilate il dettaglio delle risposte è legato in modo misurabile alla dimensione del campo. Dillman, Smyth e Christian (2009) documentano questo legame, e Züll, Menold e Körber lo hanno confermato nel 2014 per le indagini web. Un campo grande segnala che qui ci si aspetta di più.
💡 Consiglio
Dimensiona il campo in base alla risposta che vuoi e indica la lunghezza attesa anche dentro la domanda. Le due cose insieme funzionano meglio di qualsiasi invito a rispondere in modo dettagliato.
Usare le domande aperte con parsimonia
Poche domande aperte ben collocate rendono più di tante che nessuno compila. Dillman, Smyth e Christian (2009) raccomandano esplicitamente un uso parsimonioso per non sovraccaricare chi risponde. Spiegare a che cosa serviranno le risposte aggiunge motivazione.
Come analizzare le domande aperte: dal testo al numero
Una domanda aperta si analizza codificando le risposte secondo uno schema di categorie definito in anticipo e trattando poi quei codici come qualsiasi altra variabile. Il metodo si chiama analisi del contenuto quantitativa ed è la via classica per le risposte a testo libero.
Il passaggio decisivo è lo schema di categorie. Nasce da due direzioni: dalla teoria, cioè da quello che sul tema si sa già, e dai dati stessi, leggendo un campione di risposte per ricavarne altre categorie. Nella pratica le due vie si combinano quasi sempre.
- Costruire lo schema. Ogni categoria riceve un numero, una definizione e un esempio ancora, una risposta che la illustra particolarmente bene.
- Codificare un campione di prova. Prova prima su una parte piccola, poi rivedi lo schema.
- Codificare tutte le risposte. Basta un foglio di calcolo, oppure SPSS o un software come MAXQDA.
- Verificare l’affidabilità. Una seconda persona codifica in modo indipendente una parte, circa il 10 per cento.
Il quarto passaggio ha misure consolidate. Il kappa di Cohen, il pi di Scott e l’alfa di Krippendorff indicano quanto due codifiche indipendenti coincidano. Dichiararne una nella tesi di laurea distingue la tua analisi da quella della maggior parte dei lavori.
⚠️ Attenzione
Senza uno schema di categorie documentato l’analisi non è ripercorribile e diventa facile da attaccare in sede di discussione. Metti lo schema in appendice, con definizione ed esempio ancora per ogni categoria.
Con volumi molto grandi la codifica si può automatizzare in parte, tramite liste di parole o metodi che imparano da risposte già codificate. Le categorie continui a definirle tu, e il risultato va verificato a campione contro una codifica umana. Per inquadrare il tutto, vedi il confronto tra indagine qualitativa e quantitativa.
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Inizia gratisErrori frequenti con le domande aperte
La maggior parte dei problemi con le domande aperte nasce prima dell’analisi, mentre si costruisce il questionario. Quattro errori tornano con particolare frequenza.
Tutti e quattro hanno una cosa in comune: si vedono solo quando i dati sono già raccolti. A quel punto non si corregge più nulla, ed è proprio per questo che la rilettura prima dell’invio vale il tempo che costa.
Troppe domande aperte in uno stesso questionario
Ogni domanda aperta costa a chi risponde più tempo di una casella, e a te molte volte tanto in analisi. Mettine dieci di fila e le ultime tornano vuote. Le GESIS Survey Guidelines raccomandano perciò un uso parsimonioso, e nella pratica conviene distribuire le domande aperte nel questionario invece di raggrupparle.
Una domanda aperta che mescola due temi
«Che cosa ha funzionato e che cosa no?» sembra efficiente ma di solito ottiene risposta solo su una metà, perché chi risponde si ferma dopo il primo pensiero. Una domanda così ne diventa due. Il questionario si allunga, l’analisi diventa possibile.
Leggere il campo libero finale come un termometro del clima
Il campo aperto in fondo non dà un risultato rappresentativo ma un’autoselezione. Gli studi sulle indagini di clima aziendale mostrano che le persone insoddisfatte compilano quei campi più spesso e più a lungo di quelle soddisfatte (Borg e Züll 2012). Contare i commenti misura quindi l’insoddisfazione, non il clima. I commenti restano preziosi, ma come indizio di temi, non come distribuzione.
Pensare all’analisi solo dopo la rilevazione
La domanda su come verranno analizzate le risposte va posta prima del campo. Farlo in anticipo porta automaticamente a una formulazione più netta e a uno spazio di risposta ben delimitato. Farlo dopo lascia 300 risposte in 300 formulazioni diverse e uno schema costruito di corsa.
Conclusione
Una domanda aperta non è segno di sciatteria, è la scelta giusta quando non conosci ancora le risposte o non vuoi imporle. Quello che conta è che la decisione venga dalla domanda di ricerca e non dalla paura di codificare. Chi pensa all’analisi fin dall’inizio può permettersi domande aperte.
Come proseguire
- Vuoi confrontare le due forme? Domande aperte e chiuse a confronto
- Ti serve l’altro lato in dettaglio? Domande chiuse con esempi
- Cerchi altre forme di domanda? Tipi di domande di un questionario
- Stai costruendo il questionario? Creare un questionario: struttura e passaggi
La guida metodologica completa sulle domande aperte si trova nelle GESIS Survey Guidelines di Cornelia Züll (2015), in tedesco.
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