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Tesi empirica: struttura, appendice ed esempio pratico

La parte empirica raramente crolla per il metodo: si perde quando risultato e interpretazione si mescolano. Ti proponiamo un indice che li tiene separati e le regole italiane sui dati.

Autrice presso empirio.ai - Maria Malzewda Maria MalzewAggiornato il 26 agosto 2026Tempo di lettura 14 min

Due tesi, lo stesso questionario, le stesse 180 risposte, due voti molto diversi. Chi scrive una tesi empirica raramente sbaglia i dati e spesso sbaglia il modo di raccontarli.

Il motivo sta quasi sempre nello stesso punto: il risultato e la sua interpretazione finiscono nella stessa frase. Una tesi empirica si scrive costruendo prima il quadro teorico e la domanda di ricerca, poi dichiarando in un capitolo di metodologia come hai raccolto e analizzato i dati, quindi esponendo i risultati senza commentarli e interpretandoli solo nella discussione, l’unico capitolo in cui la valutazione è ammessa. Alla fine di questo articolo hai un indice da portare al tuo relatore.


📌 In breve

  • Solo per la laurea magistrale la tesi deve essere originale.
  • Per la laurea triennale la norma parla di prova finale.
  • Le linee guida UNIBO chiedono risultati esposti senza commento.
  • Le regole deontologiche del Garante fissano a tre la soglia minima.
  • Il questionario va in appendice, non nel testo principale.

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Tesi empirica e tesi compilativa: dove passa il confine

Una tesi empirica verifica la propria domanda di ricerca su dei dati, invece di rispondere soltanto a partire dalla letteratura, e dichiara apertamente come quei dati sono nati e con quali regole sono stati analizzati.

L’Università di Bologna, nelle linee guida per la redazione di una tesi di laurea magistrale, distingue quattro tipologie di elaborato: tesi compilativa, tesi sperimentale, tesi basata su un tirocinio e tesi basata su un’esperienza all’estero. La tesi empirica coincide con la tesi sperimentale, quella che secondo le stesse linee guida offre «l’opportunità di offrire un proprio contributo di valore agli studi sull’argomento».

Empirico non vuol dire però che i dati debbano essere raccolti da te. Le linee guida bolognesi chiedono di chiarire «in che modo lo studente abbia acquisito le informazioni (mediante intervista a una figura dirigenziale, da una base dati, ecc.)»: anche la rianalisi di un archivio già esistente è un lavoro empirico a tutti gli effetti.

CaratteristicaTesi compilativaTesi sperimentale
Base di partenzatesti e studi già pubblicatidati propri o già raccolti
Capitolo di metodologiacriteri di selezione delle fontirilevazione, campione, analisi
Risultatisintesi della letteraturaevidenze dal proprio materiale
Verificabilitàtracciabilità delle fontiripetibilità della rilevazione

Le due forme valgono allo stesso modo e rispondono a domande diverse. Una domanda sullo stato di un dibattito non ha bisogno di una rilevazione, una domanda sul comportamento di un gruppo preciso sì. Se sei ancora indeciso, il quadro d’insieme sulla ricerca empirica aiuta a scegliere.

Struttura di una tesi empirica: l’indice di esempio

La struttura di una tesi empirica poggia quasi sempre sulla stessa divisione in due: prima la parte teorica, che chiarisce i concetti, ordina la letteratura e arriva alla domanda di ricerca, poi la parte empirica con metodologia, risultati e discussione.

Un indice valido per tutta l’Italia non esiste. L’articolo 11, comma 3, lettera d), del D.M. 22 ottobre 2004, n. 270 lascia a ogni ordinamento didattico il compito di stabilire «le caratteristiche della prova finale per il conseguimento del titolo di studio»; il testo del decreto è consultabile nella riproduzione dell’articolo 11 pubblicata dalla Sapienza Università di Roma. Fa fede quindi il regolamento del tuo dipartimento, e le differenze tra aree disciplinari sono notevoli.

  1. Introduzione. Rilevanza del tema, interesse conoscitivo, struttura del lavoro.
  2. Revisione della letteratura. Definire i concetti e individuare la lacuna aperta.
  3. Domanda di ricerca e ipotesi. Derivate dalla teoria, non dai dati.
  4. Metodologia. Metodo scelto e motivato, strumento, campione, periodo, analisi.
  5. Risultati. Le evidenze ordinate per ipotesi, senza commento.
  6. Discussione dei risultati. Confronto con la letteratura, limiti della rilevazione.
  7. Conclusioni. Risposta alla domanda di ricerca e questioni aperte.
  8. Bibliografia, sitografia e appendici. Fonti, strumento di rilevazione, tabelle estese.

Un indice del genere resta un modello e non una regola. Se il tema lo richiede, puoi unire risultati e discussione, ma la scelta va concordata prima con il relatore. Il percorso che porta dalla scelta del tema alla rilevazione conclusa è descritto nell’articolo sulla ricerca empirica nella tesi di laurea.

Prova finale della triennale e tesi magistrale: che cosa cambia

Il D.M. 270/2004 tratta i due titoli in modo diverso. Per la laurea magistrale l’articolo 11, comma 5, prevede «la presentazione di una tesi elaborata in modo originale dallo studente sotto la guida di un relatore». Per la laurea triennale la stessa norma parla soltanto di «prova finale» e ne rimette le caratteristiche all’ordinamento didattico: un obbligo di legge a scrivere una tesi originale, per la triennale, non esiste.

Nella pratica la differenza si misura in battute. Il regolamento sulla prova finale del Dipartimento Jean Monnet dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli (2014) definisce la prova finale triennale come «un lavoro di sintesi di materiali bibliografici o documentari» e distingue cinque tipologie di elaborato, ciascuna con la propria soglia: per la lettura ragionata di una serie di testi chiede da 70.000 a 120.000 battute, indice e bibliografia esclusi. Per la magistrale lo stesso regolamento prevede una «tesi elaborata in modo originale» di minimo 120.000 battute. Il tuo regolamento può indicare soglie diverse.

IMRaD e la sequenza di capitoli consigliata a Bologna

IMRaD non è uno schema obbligatorio in Italia. L’acronimo sta per Introduction, Methods, Results and Discussion e ordina soprattutto gli articoli delle riviste scientifiche internazionali. Il D.M. 270/2004 non prescrive alcuno schema di capitoli e lascia la questione ai regolamenti di ateneo, quindi nessuna tesi italiana è tenuta a intitolare i capitoli in quel modo.

Le linee guida dell’Università di Bologna descrivono comunque una sequenza molto vicina: revisione della letteratura, che porta «alla formulazione di una domanda di ricerca» e definisce «il quadro teorico/concettuale», poi metodologia, risultati, discussione dei risultati e conclusioni. La differenza rispetto a un articolo di rivista sta proprio nella rassegna della letteratura, che nella tesi diventa un capitolo a sé.

Il nostro consiglio di lettura

Corbetta, Piergiorgio (2014): Metodologia e tecniche della ricerca sociale, seconda edizione. Bologna: il Mulino, collana Strumenti, 644 pagine. La ristampa del 2026 aggiunge soltanto l’accesso all’edizione digitale, «senza alcuna modifica al contenuto». Il manuale accompagna l’intero percorso, dai paradigmi della ricerca sociale all’analisi bivariata, e dedica un paragrafo all’analisi secondaria dei dati già raccolti.

Lo schema sperimentale con quadro teorico, metodo, risultati e discussione è solo uno degli schemi possibili. Quali siano gli altri, in quale ordine vadano le parti formali e fino a che livello numerare i paragrafi è spiegato nell'articolo sulla struttura della tesi.

Il capitolo di metodologia: che cosa non può mancare

Il capitolo di metodologia serve a una cosa sola: una persona esterna deve poter ripetere la tua rilevazione senza chiederti nulla. Tutto ciò che serve a questo scopo va scritto, il resto no.

L’errore più frequente in questo capitolo non è l’incompletezza, ma il genere di testo sbagliato. Molte tesi spiegano per due pagine che cosa sia un questionario online e non motivano la scelta con una riga. Le linee guida dell’Università di Bologna chiedono invece di descrivere «il metodo scelto (giustificando brevemente perché sia quello più appropriato per il problema in esame), i dati e le loro fonti, e le variabili osservate».

Che cosa mettere nel capitolo di metodologia

  • Forma della rilevazione e motivo per cui risponde alla domanda.
  • Strumento di rilevazione e sua origine: costruito da te o ripreso.
  • Operativizzazione, cioè quale domanda misura quale concetto.
  • Campione, canale di reclutamento e numero di casi raggiunti.
  • Periodo di rilevazione con date precise.
  • Pretest: quante persone e quali modifiche ne sono derivate.
  • Procedura di analisi e software impiegato.
  • Consenso, anonimizzazione e trattamento dei dati.

Un punto viene saltato quasi sempre: il pretest. Far compilare il questionario a due o tre persone del gruppo di riferimento costa un pomeriggio e scova le domande che nessuno interpreta come volevi. Le scelte che vengono prima sono spiegate nell’articolo sul design della ricerca.

💡 Suggerimento

Scrivi il capitolo di metodologia mentre raccogli i dati, non dopo. Il canale di reclutamento, la data di invio e il numero di questionari interrotti sono difficili da ricostruire quattro settimane più tardi, e la commissione chiede proprio quelli.

Esporre i risultati senza già interpretarli

Il capitolo dei risultati racconta che cosa hai misurato e non che cosa ne pensi. La separazione è il punto di rottura più visibile nelle tesi ed è anche il più facile da evitare.

L’Università di Bologna traccia la linea in una frase sola. Nelle linee guida per la tesi magistrale il capitolo dei risultati è quello in cui «si espongono i risultati senza eccedere in un loro commento, poiché sarà principalmente oggetto della parte successiva». La parte successiva è la discussione, dove gli stessi risultati «vengono discussi in maniera tecnica e critica, anche alla luce della letteratura di riferimento».

Spiegare resta possibile, valutare no. Dire che una correlazione positiva significa che due valori crescono insieme è ancora descrizione. Dire che il risultato è deludente è già un giudizio, e il giudizio appartiene al capitolo successivo.

Frase di esempioVa inPerché
«62 dei 180 rispondenti sono d’accordo»Risultatipura frequenza
«La relazione è debolmente positiva»Risultatiindice senza giudizio
«Più esercizio, valori più alti»Risultatispiega l’indice
«Il dato conferma quanto atteso dalla teoria»Discussionerimando alla letteratura
«La partecipazione è stata deludente»Discussionevalutazione del dato

Per l’ordine interno al capitolo funzionano due schemi: ipotesi per ipotesi, oppure lungo le domande parziali della tua domanda di ricerca. La scelta è libera, la mescolanza no. Quale procedura si adatta ai tuoi dati lo chiarisce l’articolo sui metodi di analisi dei dati.

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La discussione: collocare, confrontare, dichiarare i limiti

La discussione risponde a due domande: che cosa significano le tue evidenze e quanto reggono. È il capitolo in cui i numeri diventano un’affermazione ed è l’unico in cui puoi valutare.

Quattro movimenti reggono una buona discussione, di solito in quest’ordine. Chi li affronta uno dopo l’altro attraversa senza deviazioni il capitolo più difficile della tesi.

  1. Riassumere. Le evidenze centrali in poche righe, senza ripetere le tabelle.
  2. Ricollegare. Il risultato conferma, smentisce o differenzia le attese teoriche.
  3. Delimitare. I limiti della rilevazione, nominati e valutati nel loro effetto.
  4. Proseguire. La domanda aperta che uno studio successivo potrebbe affrontare.

I limiti decidono spesso l’impressione finale. Un campione piccolo e non estratto a caso non è un difetto, finché lo dichiari e precisi a chi si applica davvero la tua affermazione. I criteri con cui si misura la qualità di una rilevazione sono raccolti nell’articolo sui criteri di qualità.

⚠️ Attenzione

I limiti non sono un’ammissione di colpa, ma un segno di qualità. L’errore non è il campione piccolo, è la frase «i risultati sono rappresentativi degli studenti italiani» scritta subito sotto. Scrivi invece per chi vale la tua evidenza e per chi no.

Che cosa va in appendice e che cosa resta fuori

In appendice va tutto ciò che serve a giudicare la tua rilevazione ma spezzerebbe la lettura del testo principale. Al primo posto sta lo strumento di rilevazione, cioè il questionario oppure la traccia dell’intervista.

Una regola valida per tutti gli atenei non esiste, e i regolamenti di dipartimento differiscono nei dettagli. Le linee guida dell’Università di Bologna motivano l’appendice in modo pratico: «In caso sia utile riportare numerosi dati analizzati, è possibile provvedere attraverso appendici finali, per evitare di frammentare eccessivamente i capitoli empirici precedenti».

ElementoIn appendiceDa che cosa dipende
Questionariosenza di esso la rilevazione non è giudicabile
Traccia dell’intervistarende leggibile il percorso delle domande
Trascrizionispesso sìintegrali o per estratti, secondo il regolamento
Tabelle di dati estesil’Università di Bologna consiglia le appendici finali
Output grezzo del softwarenova rielaborato nel capitolo dei risultati
Scale su licenzacon cautelapossibile diritto d’autore dell’editore
Bibliografia e sitografianoa Bologna seguono le conclusioni

Un accorgimento fa risparmiare molto tempo: esporta il questionario in PDF, con la logica dei filtri e tutte le opzioni di risposta, prima di chiudere la raccolta. A rilevazione conclusa parecchi strumenti non restituiscono più una versione stampabile, e l’appendice resta senza il pezzo più importante.

Sugli strumenti standardizzati serve prudenza. Le scale pubblicate da un editore possono essere coperte dal diritto d’autore: prima di riprodurle per intero, controlla la licenza e chiedi al relatore. Citare la fonte della scala e riportare qualche item di esempio è la strada che rischia di meno.

Che cosa succede ai tuoi dati dopo la consegna

Dopo la consegna resta una domanda che quasi nessuna guida affronta: i dati grezzi vanno conservati o cancellati? In Italia la risposta passa da un testo poco conosciuto e molto concreto.

Le regole deontologiche per trattamenti a fini statistici o di ricerca scientifica, adottate dal Garante per la protezione dei dati personali il 19 dicembre 2018, valgono accanto al GDPR. Si applicano a università, enti di ricerca e «ricercatori che operano nell’ambito di dette università», e fissano alcuni obblighi che toccano anche una rilevazione fatta per una tesi.

  • La ricerca è effettuata «sulla base di un progetto» metodologicamente conforme.
  • L’ateneo conserva quel progetto in forma riservata per cinque anni.
  • Il termine decorre «dalla conclusione programmata della ricerca».
  • Sotto una frequenza di tre unità il risultato non è aggregato.
  • Le categorie particolari «devono essere di regola in forma anonima».

L’obbligo di anonimato ha però un perimetro stretto: vale per le categorie particolari di dati e per quelli relativi a condanne penali e reati, non per ogni rilevazione. La soglia di tre è invece la regola più utile in pratica: una tabella incrociata con celle da una o due persone non va pubblicata così nella tesi. Le stesse regole prevedono un’eccezione e permettono di non osservare la soglia «qualora il risultato statistico non consenta ragionevolmente l’identificazione di unità statistiche».

Una cautela resta doverosa: il testo non nomina mai studenti, laurea, tesi o dottorato e non chiarisce se un elaborato finale rientri fra i trattamenti dei «ricercatori». Vale quindi in primo luogo quanto stabilisce il tuo ateneo. Sulle impostazioni che rendono anonima una raccolta trovi i dettagli nell’articolo sulla privacy nei sondaggi. Questo articolo non sostituisce una consulenza legale.

Errori tipici in una tesi empirica

Cinque errori tornano in quasi tutte le tesi empiriche, e tutti e cinque sono errori di scrittura, non di ricerca. La rilevazione andava bene, il modo di presentarla no.

La buona notizia è che gli errori di scrittura si raccolgono in una sola passata di revisione, senza bisogno di nuovi dati né di nuova letteratura.

L’interpretazione scivola nel capitolo dei risultati

L’errore più frequente nasce da un buon proposito: rendere la lettura più semplice e aggiungere subito il significato. Il risultato è che la discussione non ha più nulla da dire e si ripete, e i due capitoli sembrano entrambi incompiuti. La prova è semplice: se in una frase dei risultati compare una parola come «sorprendente», «positivo» o «purtroppo», quella frase appartiene al capitolo dopo.

La metodologia spiega il metodo invece di motivarlo

Una definizione del questionario online sta in qualsiasi manuale e nel capitolo di metodologia non interessa a nessuno. Serve invece il motivo per cui quella forma di rilevazione risponde alla tua domanda meglio di un’alternativa che avevi considerato. Spesso basta una frase: le interviste avrebbero dato più profondità, ma reso irraggiungibile il numero di casi previsto.

L’output grezzo del software finisce nel testo

Le finestre di output dei programmi statistici sono fatte per chi li usa, non per chi legge. Le linee guida dell’Università di Bologna sono esplicite: «È sconsigliato fare copia incolla di screen shot», e chiedono tabelle numerate, con titolo e con la fonte dei dati in calce. Costruisci quindi una tabella tua con i soli valori che riguardano l’ipotesi.

Una raccolta aperta a tutti viene chiamata «sondaggio»

Un link aperto raccoglie opinioni, non un campione. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nel documento che illustra le linee salienti del regolamento sui sondaggi adottato con delibera 256/10/CSP, scrive che «la partecipazione spontanea, priva di un criterio di estrazione» non è assimilabile al «sondaggio» vero e proprio. Il regolamento riguarda i mezzi di comunicazione di massa, non la tua tesi, ma il vocabolario resta valido: parla di indagine, rilevazione o questionario.

I limiti si riducono a formule di rito

«Il campione era piccolo» non è un limite, è un’osservazione. Un limite dice quale affermazione non regge più: con 84 partecipanti di un solo corso di laurea non si può verificare una differenza tra corsi, mentre si può descrivere la tendenza interna a quel corso. Proprio questa distinzione mostra maturità metodologica.

Conclusione

Una tesi empirica non convince perché i dati sono spettacolari, ma perché ogni decisione è documentata e ricostruibile. Chi tiene separati metodo, risultato e interpretazione rende semplice alla commissione seguire il proprio percorso. È questa la richiesta che sta dietro a tutte le regole formali.

Nel capitolo dei risultati racconti che cosa è successo. Nella discussione dici che cosa significa. Quel confine vale metà del voto.

Come proseguire


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Domande frequenti

Una tesi empirica si compone di introduzione, revisione della letteratura, domanda di ricerca e ipotesi, metodologia, risultati, discussione, conclusioni e appendici. Un indice valido per tutta l’Italia non esiste: il D.M. 270/2004 affida a ogni ordinamento didattico il compito di fissare le caratteristiche della prova finale, quindi fa fede il regolamento del proprio dipartimento.

Una tesi compilativa risponde alla domanda a partire dai testi già pubblicati, una tesi sperimentale la verifica su dati. Le linee guida dell’Università di Bologna elencano quattro tipologie di elaborato: compilativa, sperimentale, basata su un tirocinio e basata su un’esperienza all’estero. La tesi empirica coincide con quella sperimentale e richiede un capitolo di metodologia.

Un obbligo di legge a scrivere una tesi originale esiste solo per la laurea magistrale. L’articolo 11, comma 5, del D.M. 270/2004 prevede per la magistrale una tesi elaborata in modo originale sotto la guida di un relatore. Per la triennale la stessa norma parla di prova finale e ne rimette le caratteristiche all’ordinamento didattico.

Il questionario va in appendice, perché senza lo strumento di rilevazione nessuna affermazione della tesi è verificabile. Le linee guida dell’Università di Bologna suggeriscono le appendici finali anche per le tabelle di dati numerosi, così da non frammentare i capitoli empirici. Le scale pubblicate da un editore vanno invece riprodotte solo dopo aver controllato la licenza.

Le regole deontologiche per trattamenti a fini statistici o di ricerca scientifica del 19 dicembre 2018 chiedono un progetto di ricerca conforme agli standard metodologici della disciplina, conservato dall’ateneo per cinque anni dalla conclusione programmata della ricerca. Fissano inoltre a tre il valore minimo della soglia oltre la quale un risultato si considera aggregato.

Alcuni relatori accettano l’unione, ma la separazione dei contenuti resta obbligatoria. Le linee guida dell’Università di Bologna chiedono di esporre i risultati senza eccedere in un loro commento, perché il commento è oggetto della parte successiva. Chi accorpa i due capitoli deve comunque mantenere visibile l’ordine evidenza, spiegazione, giudizio.

L’analisi di un archivio già esistente è a tutti gli effetti un lavoro empirico. Le linee guida dell’Università di Bologna chiedono di chiarire in che modo lo studente abbia acquisito le informazioni, citando esplicitamente anche una base dati. Empirico non significa quindi per forza che i dati siano stati raccolti in prima persona.

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