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Titolo per tesi di bachelor e master formulato correttamente

Dal tema al titolo definitivo: i quattro criteri, le tre forme possibili, il sottotitolo con i due punti e cosa si può ancora cambiare dopo la domanda di laurea.

Autrice presso empirio.ai - Maria Malzewda Maria MalzewAggiornato il 22 settembre 2026Tempo di lettura 16 min

Due titoli per la stessa tesi: «Turismo sostenibile» e «L’impatto delle certificazioni ambientali sulla scelta della struttura ricettiva tra i turisti under 35 nelle località balneari della Puglia». Il primo non dice nulla, il secondo dice quasi troppo. Il titolo che il relatore approva e che finisce nel verbale di laurea sta da qualche parte nel mezzo.

Il titolo della tesi di laurea si formula restringendo il tema con un pubblico, un periodo, un luogo o un caso concreto, scrivendolo come affermazione e non come domanda, evitando sigle e giudizi di valore e aggiungendo, se serve, un sottotitolo che porti il metodo o il campione. Per questo articolo abbiamo messo a confronto le guide alla domanda di laurea di sei atenei italiani. Alla fine avrai un titolo che entra nel modulo e che non dovrai più cambiare.


📌 Il punto in breve

  • Il titolo di una tesi è un’affermazione, non una domanda.
  • Nessun ateneo italiano prescrive un numero di parole.
  • Il titolo si concorda sempre con il relatore.
  • Dopo l’approvazione del relatore il titolo non si tocca più.
  • In italiano si scrive maiuscola solo la prima parola.

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Cosa rende buono un titolo di tesi: quattro criteri

Un buon titolo di tesi nomina l’oggetto, la restrizione e il punto di vista, resta comprensibile senza gergo specialistico e non contiene giudizi. Il titolo è quindi una cosa diversa dal tema e una cosa diversa dalla domanda di ricerca: il tema è il campo in cui ti muovi, la domanda di ricerca è il compito che ti assegni, il titolo è l’unica riga che rende visibili entrambi.

La sequenza corretta parte dalla domanda, non dal titolo. Prima restringi la questione insieme al relatore, poi ne ricavi un titolo provvisorio, e solo alla fine lo fissi nella domanda di laurea. Chi cerca prima il titolo e poi la domanda inverte i due passaggi e se ne accorge quasi sempre a metà stesura. Quattro criteri decidono se il titolo regge:

  1. Restringe il campo.
    Un titolo di una o due parole non è un titolo, è una disciplina. «Marketing» descrive un intero corso di laurea. Solo un pubblico, un settore, un periodo, un territorio o un caso di studio trasformano quella parola in un oggetto che una tesi riesce davvero a trattare nei mesi a disposizione.
  2. Si capisce senza conoscenze pregresse.
    Le sigle interne non hanno posto nel titolo. Chi scrive «PMI del NEC» e intende le piccole e medie imprese del Nord Est pretende dalla commissione un sapere che la commissione non è tenuta ad avere. Anche i nomi di aziende e di prodotti invecchiano male e restringono il titolo più di quanto sembri.
  3. Non giudica.
    «L’immagine noiosa del settore assicurativo» anticipa un risultato che la tesi dovrebbe ancora dimostrare. Formulato in modo neutro diventa la percezione del settore assicurativo presso un gruppo definito. La tua opinione va nel capitolo di discussione, non sul frontespizio.
  4. Incuriosisce senza fare pubblicità.
    Un titolo può invogliare alla lettura. Un titolo da quotidiano, però, no: giochi di parole e superlativi stonano in un contesto accademico e si notano subito. La curiosità nasce dal taglio, non dal tono.

Quanto deve essere lungo il titolo?

Per la lunghezza del titolo non esiste una regola valida per tutti gli atenei italiani. Vincolante è soltanto quello che dicono il regolamento della prova finale del tuo corso e il modulo su cui il titolo viene registrato, e lì quasi mai compare un numero di parole. La differenza conta, perché il vincolo reale non nasce da una regola di stile ma dal campo di un gestionale.

Un esempio consultabile online è la guida al servizio Tesi on line dell’Università di Torino. La guida avverte che i campi con un limite mostrano un contatore dei caratteri residui e che l’abstract non può superare 3.500 caratteri spazi inclusi. Per il campo del titolo, invece, nessuno dei sei atenei che abbiamo consultato pubblica una cifra. Chi ti dice che il titolo deve stare entro un numero preciso di battute sta citando il proprio ateneo, non una norma nazionale.

Prova sul campo

Apri il portale del tuo ateneo e incolla la bozza di titolo nel campo prima della scadenza. Se il contatore si ferma, lo scopri con settimane di anticipo e non il giorno della domanda di laurea. La versione che resta nel campo è quella che finirà sul certificato di laurea.

Sul frontespizio, invece, la libertà è quasi sempre maggiore del previsto. Molti dipartimenti pubblicano un modello con logo, corso di studio, nome del relatore e anno accademico, e lasciano al resto una forma libera. Un modello unico valido per tutta l’Italia non esiste: il frontespizio lo stabilisce il dipartimento, e il modello giusto è quello scaricato dalla pagina del tuo corso.

Cosa dice la ricerca sulla lunghezza dei titoli

In rete una cifra circola più delle altre: restare sotto le quindici parole. Chi la propone non dice da dove venga. Le altre due guide italiane più lette sul titolo non indicano alcun numero e si limitano a ripetere lo stesso aforisma attribuito a George McGovern, secondo cui più lungo è il titolo, meno importante è il lavoro. Esiste invece una vera ricerca bibliometrica sulla lunghezza dei titoli, ma riguarda gli articoli scientifici sottoposti a revisione e i suoi risultati non vanno nella stessa direzione.

StudioCampioneRisultato
Letchford e altri (2015)circa 140.000 articolititoli brevi in leggero vantaggio, effetto assente controllando la rivista
Habibzadeh e Yadollahie (2010)9.031 articolii titoli più lunghi erano citati più spesso
Jamali e Nikzad (2011)2.172 articolinessun legame dimostrabile con il numero di citazioni
Guo e altri (2018)302.048 articolilegame che diventa positivo dopo il 2000

Quattro indagini, quattro direzioni diverse. Letchford, Moat e Preis in The advantage of short paper titles (Royal Society Open Science, 2015) concludono che il vantaggio sparisce non appena si tiene conto della rivista in cui l’articolo è uscito. Sulle tesi di laurea triennali e magistrali non esiste nemmeno uno studio paragonabile, il che ha una sua logica: una tesi viene letta da due o tre persone che il titolo lo hanno già davanti. Ogni consiglio sul numero di parole è quindi esperienza, non misura.

Tre forme possibili per il titolo

Per la costruzione del titolo hai tre forme a disposizione, e negli atenei italiani la prima è la regola. Il titolo dichiarato nella domanda di laurea è un’affermazione che nomina l’oggetto della ricerca, non la domanda a cui la tesi risponde. Le due cose vengono spesso confuse proprio perché nascono insieme, nello stesso colloquio con il relatore.

Un titolo interrogativo non è vietato, ma resta l’eccezione, e in alcuni corsi la commissione lo scoraggia apertamente. Concordalo prima con chi ti segue. Quanto sia diffuso nel tuo ambito lo scopri in pochi minuti sfogliando le tesi discusse nel tuo dipartimento o l’archivio delle tesi della tua biblioteca.

  1. Il titolo come affermazione, il caso normale.
    Esempio: «Il lavoro part-time durante gli studi e i tempi di conseguimento della laurea». La forma nomina l’oggetto senza anticipare l’esito e funziona in qualsiasi disciplina. Nel dubbio, scegli questa.
  2. Il titolo come domanda, l’eccezione.
    Esempio: «Il lavoro part-time durante gli studi allunga i tempi di laurea?». Il titolo interrogativo sembra più aperto e si avvicina molto alla domanda di ricerca. Proprio qui sta il problema: titolo e domanda di ricerca devono restare due cose distinte. Alcuni moduli, poi, trattano male il punto interrogativo.
  3. Il titolo come risultato, molto raro.
    Esempio: «Il lavoro part-time durante gli studi allunga i tempi di laurea». Qui il risultato sta già in prima riga. Per una tesi empirica è rischioso, perché ti impegni prima di aver analizzato i dati. Nella pratica questa forma compare quasi solo in lavori che verificano una tesi già nota.
Rappresentazione schematica di una tesi di laurea con frontespizio e titolo

Anche l’impostazione della ricerca si riflette sul titolo: una tesi empirica nomina spesso la rilevazione o il gruppo studiato, una tesi teorica piuttosto il quadro di analisi. Entrambi gli elementi entrano nel titolo se segnano davvero il lavoro, e restano fuori se servono solo ad allungarlo.

Sottotitolo: due punti, punto o lineetta?

Un sottotitolo serve quando il titolo principale nomina già l’oggetto e il taglio della ricerca non ci sta più dentro. Per separare le due parti l’uso italiano prevalente sono i due punti, mentre il punto fermo è la variante più formale e la lineetta resta rara nelle tesi. Nessuna delle tre è un errore di ortografia: la scelta appartiene alla consuetudine della disciplina e allo stile citazionale, non alla grammatica.

Le maiuscole, invece, una regola ce l’hanno, ed è la parte che quasi tutti sbagliano. Secondo il prontuario Titoli di opere della Treccani, nei titoli italiani l’iniziale maiuscola spetta sempre e solo al primo elemento, anche quando è un articolo. Mettere la maiuscola a tutte le parole significative è un uso che la Treccani registra soprattutto per i classici fino all’Ottocento e sconsiglia esplicitamente con i titoli lunghi.

Dalla scelta del segno dipende poi la parola successiva. Dopo i due punti l’italiano prosegue con la minuscola, dopo il punto fermo la maiuscola è obbligatoria. Ecco lo stesso titolo nelle tre versioni:

  • Due punti: «Gli imballaggi sostenibili nel commercio online: un’indagine tra gli studenti dell’Emilia-Romagna»
  • Punto fermo: «Gli imballaggi sostenibili nel commercio online. Un’indagine tra gli studenti dell’Emilia-Romagna»
  • Lineetta: «Gli imballaggi sostenibili nel commercio online – un’indagine tra gli studenti dell’Emilia-Romagna»

Tutte e tre le varianti sono ammissibili. I due punti sono la soluzione più discreta e vanno d’accordo con qualsiasi stile bibliografico. La lineetta si legge in modo più disinvolto ma convive male con i moduli e con i gestori bibliografici, perché non tutti i sistemi distinguono in modo affidabile il trattino dalla lineetta.

Un sottotitolo non è un’appendice decorativa, porta informazione. «Un’analisi» o «Uno studio» da soli non aggiungono nulla a quello che il titolo principale ha già detto. Funziona invece il sottotitolo che nomina il metodo, il campione, il periodo o il caso, cioè esattamente ciò che definisce il taglio della tesi.

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Dal tema al titolo: come restringere il campo

La restrizione del campo è il passaggio che trasforma una materia in un titolo. Prendi il tuo tema generale e appoggiaci sopra un asse alla volta, finché l’oggetto non è abbastanza piccolo da poter essere davvero studiato nel tempo che hai. Gli assi utili sono sempre gli stessi: periodo storico, territorio, istituzioni, gruppi di persone, tipo di fonti, quadro teorico.

La guida Progettare la tesi di laurea dell’Università di Parma ricorda anche una cosa che in pochi dicono ad alta voce: il titolo definitivo si trova quasi sempre a lavoro avanzato, quando l’elaborato ha già preso la sua forma. Con un esempio la cosa diventa concreta. Poniamo che il tuo tema sia «Il turismo enogastronomico in Italia»:

  1. Prima restrizione attraverso il pubblico.
    Da «Il turismo enogastronomico in Italia» si passa a «Il turismo enogastronomico come motivo di viaggio per i visitatori stranieri». L’oggetto è ora legato a un gruppo preciso di persone.
  2. Seconda restrizione attraverso il caso o il territorio.
    Ne esce «Il turismo enogastronomico come motivo di viaggio per i visitatori stranieri nelle cantine del Chianti». Il titolo si è allungato, ma ogni aggiunta risponde a una domanda che senza di essa sarebbe rimasta aperta.

Due assi bastano quasi sempre. Chi ne aggiunge un terzo ottiene titoli che non stanno più in una riga e che nel modulo rischiano di non entrare per intero. Quanto scendere nel dettaglio dipende anche da quanto lavoro fa la domanda di ricerca nell’introduzione: obiettivo e taglio vengono formulati per esteso lì, il titolo deve soltanto accennarli.

Se durante la restrizione ti accorgi che il tema resta troppo ampio o diventa troppo stretto, guarda come sono tagliati i lavori già finiti. Abbiamo raccolto oltre cento idee per tesi di laurea triennale e magistrale da cui si vede bene quanto è stretto, di solito, un taglio che regge.

Esempi di titoli per tesi triennale e magistrale

Gli esempi rendono la differenza tra materia e titolo più evidente di qualsiasi regola. La tabella seguente mette a confronto una formulazione troppo generica e una ristretta per cinque discipline diverse. I titoli sono inventati e servono solo a mostrare il meccanismo, che però funziona in qualunque corso di laurea.

DisciplinaTroppo genericoRistretto
Scienze della comunicazioneIl podcastingL’ascolto di podcast di informazione tra gli studenti fuori sede: abitudini e motivazioni
Ingegneria gestionaleLa logistica di magazzinoLa gestione delle scorte nei magazzini automatizzati di tre aziende alimentari venete
GiurisprudenzaIl diritto d’autoreLa tutela del diritto d’autore nelle opere generate con sistemi di intelligenza artificiale
Scienze infermieristicheIl dolore post-operatorioLa rilevazione del dolore post-operatorio in chirurgia ortopedica: confronto tra due scale
Lettere moderneIl romanzo storicoIl paesaggio urbano nel romanzo italiano del secondo Novecento

Le colonne di destra hanno tutte la stessa cosa in comune: nominano l’oggetto, il gruppo o il contesto e spesso anche il procedimento. Quello che invece non fanno mai è affermare un risultato, trasmettere un giudizio o usare una sigla che fuori dalla disciplina non conosce nessuno.

La differenza tra tesi triennale e tesi magistrale sta meno nella formulazione che nell’ampiezza del taglio. Una tesi magistrale regge un oggetto più largo o una dimensione di confronto in più, perché il tempo a disposizione è maggiore e spesso lo è anche il numero di fonti. I criteri del titolo, invece, restano identici nei due casi.

Modificare il titolo dopo la domanda di laurea

Dopo la domanda di laurea il titolo si può quasi sempre ancora correggere, ma solo finché il relatore non ha dato l’approvazione definitiva. Da quel momento in poi la strada passa dalla segreteria e non più dal portale. Il confine, quindi, non è una scadenza sul calendario ma un clic del relatore, e quasi nessuno lo dice agli studenti prima che sia troppo tardi.

Le linee guida per la tesi del corso in Fisioterapia dell’Università di Brescia lo scrivono in una riga sola: lo studente può modificare il titolo solo se il relatore non lo ha ancora approvato. Nello stesso documento il titolo provvisorio va inserito almeno tre mesi prima dell’inizio della sessione di laurea. Il margine di manovra è quindi più stretto di quanto sembri.

Fino a quando si può ancora modificare il titolo

Chi arriva tardi non resta senza vie d’uscita. Le FAQ sulla domanda di laurea dell’Università di Padova spiegano che il relatore può aggiornare liberamente il titolo, anche in inglese, dalla propria pagina di Uniweb, ma solo prima di approvare l’allegato finale. All’Università dell’Insubria la modifica online resta possibile fino al termine per il caricamento della tesi, e dopo quella data va segnalata al relatore o alla segreteria didattica del dipartimento. All’Università di Bologna il titolo, concordato con il relatore, va dichiarato già nella procedura della domanda di laurea.

Cambiare titolo non è cambiare argomento

Correggere una parola, precisare una restrizione o aggiungere un sottotitolo è una modifica del titolo. Cambiare oggetto, gruppo studiato o metodo è una rinuncia alla tesi, con un modulo a parte e la firma del relatore. Se ti accorgi che la direzione non regge, parlane subito con chi ti segue e non aspettare metà stesura.

Una ragione in più per muoversi presto sta nelle scadenze di deposito, che in alcuni dipartimenti arrivano molto prima di quanto ci si aspetti. Al Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova il titolo va depositato almeno sei mesi prima della sessione di laurea per le triennali e dieci mesi per le magistrali, con un modulo firmato dallo studente e controfirmato dal relatore. Chi pensa al titolo nel mese della discussione, in quei corsi, ha già perso la finestra utile.

Il titolo approvato è quello che resterà negli atti

Un motivo ulteriore per curare la formulazione prima della domanda: il titolo approvato dal relatore è quello che finisce nel verbale di laurea, nel certificato e nell’archivio pubblico delle tesi del tuo ateneo. All’Università di Torino, per esempio, titolo e abstract diventano liberamente consultabili nell’archivio online novanta giorni dopo la consegna. Dopo l’approvazione conviene quindi mettere in conto solo interventi di redazione, non ripensamenti.

Errori tipici nel titolo della tesi

Gran parte dei titoli non fallisce per una formulazione sbagliata, ma perché è sfuggito un dettaglio. Quattro errori tornano con una regolarità sorprendente. Buona notizia: si correggono tutti in cinque minuti, finché la domanda di laurea non è ancora partita.

Sigle e abbreviazioni interne

Un titolo come «La percezione della comunicazione ambientale nelle PMI del NEC» pretende da chi legge un sapere che non è tenuto ad avere. NEC sta per Nord Est Centro ed è una sigla nata negli studi economici, non un termine di uso comune. Scrivi per esteso quello che intendi. Le uniche abbreviazioni che passano sono quelle ovvie nella tua disciplina, come DNA in biologia.

Un giudizio che anticipa il risultato

«L’immagine noiosa del settore assicurativo» contiene già una valutazione che la tesi dovrebbe ancora dimostrare. Titoli così segnalano che la direzione era decisa prima dell’indagine, ed è esattamente ciò che un lavoro scientifico non dovrebbe fare. Sostituisci il giudizio con l’oggetto: la percezione del settore assicurativo tra chi si affaccia al mondo del lavoro.

Titolo e contenuto che alla fine non coincidono più

Tra domanda di laurea e consegna una tesi si sposta quasi sempre di qualche grado. Chi nel titolo nomina un metodo o un campione che poi cambia si ritrova con un problema che una semplice modifica del titolo risolve solo in parte. Metti nel titolo soltanto ciò che è certo e lascia fuori i dettagli ancora traballanti. Il taglio preciso va comunque nell’introduzione e nella struttura della tesi.

Il titolo non passa dal relatore

Nei corsi italiani il titolo non è una scelta solitaria: viene concordato con il relatore e in molti atenei è il relatore stesso ad assegnarlo o ad approvarlo nel gestionale. Un titolo scritto nel modulo senza averne parlato può quindi tornare indietro e far saltare una sessione. Da sapere, poi: chi si appella a una presunta norma nazionale sulla lunghezza o sulla forma del titolo si appella al nulla, perché la materia è regolata dal regolamento didattico del tuo corso di studio.

Conclusione

Un buon titolo non è una questione di stile, è una decisione sul taglio della tua tesi. Restringi il tema lungo due assi, scrivi l’esito come affermazione, rinuncia a sigle e giudizi e concorda la formulazione con il relatore prima di inserirla nel portale. Chi ha sistemato questi quattro punti non dovrà poi rincorrere una modifica.

Il titolo che il relatore approva è il titolo che resterà nei tuoi documenti. Formulalo come vorrai leggerlo tra dieci anni.

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Domande frequenti

Il titolo di una tesi di laurea si formula restringendo il tema lungo due assi, per esempio il gruppo studiato e il territorio, e scrivendo il risultato come affermazione invece che come domanda. Sigle interne, nomi di prodotto e giudizi di valore restano fuori. Se nel titolo principale non ci sta tutto, un sottotitolo porta il metodo o il campione.

Nessuna norma nazionale italiana fissa una lunghezza per il titolo della tesi: vale solo il regolamento della prova finale del tuo corso di studio. Le raccomandazioni che circolano in rete, dalle 8 alle 20 parole, non citano alcuna fonte. La ricerca bibliometrica sulla lunghezza dei titoli riguarda gli articoli scientifici e dà risultati contraddittori.

Nella maggior parte degli atenei italiani il titolo si può ancora modificare dopo la domanda di laurea, ma solo finché il relatore non ha dato l’approvazione definitiva. All’Università di Padova il relatore aggiorna il titolo dal proprio Uniweb prima di approvare l’allegato finale. Dopo quel momento la modifica passa dalla segreteria didattica.

Un titolo in forma di domanda non è vietato, ma negli atenei italiani resta l’eccezione e va concordato prima con il relatore. La forma standard è l’affermazione, perché il titolo deve nominare l’oggetto della ricerca e non coincidere con la domanda di ricerca. Alcuni moduli online, inoltre, gestiscono male il punto interrogativo.

Il sottotitolo di una tesi si separa dal titolo principale con i due punti, che sono l’uso italiano più diffuso, oppure con un punto fermo. Dopo i due punti si prosegue con la minuscola, dopo il punto fermo la maiuscola è obbligatoria. Un sottotitolo utile nomina il metodo, il campione, il periodo o il caso studiato.

Nei titoli italiani la maiuscola spetta solo al primo elemento, anche quando è un articolo. Il prontuario Titoli di opere della Treccani registra l’uso della maiuscola su tutte le parole significative soprattutto per i classici fino all’Ottocento e lo sconsiglia con i titoli lunghi. Restano maiuscoli nomi di persona e toponimi.

Il titolo della tesi si concorda con il relatore, che in molti atenei italiani è anche la persona che lo assegna o lo approva nel portale. All’Università di Bologna il titolo, concordato con il docente relatore, va dichiarato nella procedura della domanda di laurea online. Un titolo inserito senza confronto può tornare indietro.

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